Far vivere se stessi

 

Molte persone di formazione cattolica avvertono una forte resistenza morale quando si trovano a dover essere se stesse, a chiedere il rispetto che avvertono come dovuto. Rammentano l'insegnamento ricevuto «ama il prossimo tuo come te stesso», ed hanno la sensazione che la pretesa del rispetto di sé sia sostanzialmente ispirata dall'egoismo, contraria al principio dell'amore.

La formazione ricevuta – affermano molte persone – ha molto sottolineato il dovere di amare il prossimo, mentre il dovere di “amare se stessi” non era particolarmente insistito, considerato come un'appendice non necessaria, mai fatto oggetto di specifica riflessione.

Pochi di essi si sono avventurati nella distinzione fra amore di sé sano e malato. Eppure sarebbe importante chiarire se lottare per non lasciarsi annullare, per non subire torti e ingiustizie, sia un atto egoistico o moralmente doveroso.

Molte persone riconoscono di essere vittime di una falsa idea di sopportazione, che non si distingue dall'acquiescenza e dalla rassegnazione, avendo tolto alla vera sopportazione la forza morale di intima resistenza al male che la contraddistingue, anche nell'impotenza.

Un malinteso senso del sacrificio ha loro fatto ritenere che essere buoni significasse subire passivamente invece che lottare per la giustizia.

Molte persone hanno permesso che la loro vita fosse rovinata per un malinteso senso dell'amore verso il prossimo, che le ha inclinate alla remissività piuttosto che alla capacità di affermare e di difendere il bene e la verità.

Nel loro percorso di rinascita, scoprono che il Cristianesimo rettamente inteso è una religione di martiri e non di vittime. Di lottatori e non di pavidi, come in fondo sono coloro che non hanno il coraggio di essere se stessi.

A nessuno va riconosciuto il potere di umiliare, distruggere la personalità altrui (in modi anche molto sottili, apparentemente invisibili, presenti in una relazione squilibrata).

Nessuno si può arrogare il diritto di far star male (inutilmente e ingiustamente) un altro, tanto più se questa è la persona che si è promesso di amare (il coniuge). E nessuno può concedere ad altri tale diritto. Solo Dio è padrone della vita, nessun altro.

Il male (eventualmente) lo si sopporta fieramente, non lo si subisce permettendolo. Chi fa il male lo deve compiere senza il nostro aiuto, senza la nostra segreta complicità. Non si può diventare (segretamente) complici dei propri persecutori, annullando se stessi e diventando succubi, né si può vendere la propria anima per i trenta denari della falsa sicurezza, per un’apparente tranquillità, per non dispiacere a qualcuno.

La traduzione psicologica del dovere morale dell’amore verso di sé si riferisce così al “far vivere se stessi”, proteggendo la propria identità ed esigendone il rispetto.

Più propriamente, essa va custodita («custodire» aggiunge delicatezza all’atto della protezione), difendendola dagli attacchi dei nemici interni ed esterni, sintonizzando la nostra volontà con quella di Chi l’ha creata perché essa viva e porti frutto.

Rubrica "Fede e Società"

Don Salvatore Rinaldi

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