I virus culturali

I virus culturali si annidano nei presupposti che caratterizzano il comune sentire, le opinioni più diffuse, le convinzioni assodate. Le convinzioni educative infettate dai virus non sono più riconosciute dal sistema come pericolose. Non si avverte più nemmeno il bisogno di dimostrarne la

fondatezza, né si possiedono argomenti per contrastarle, tanto paiono ovvie. I virus culturali sopravvivono invisibili in opinioni che tutti trovano convincenti, scontate, ovviamente vere, senza sapere perché.

Molti virus culturali contribuiscono a rendere incerto e disorientato il genitore, allontanandolo dal suo “centro”, estraniandolo da se stesso e dal tesoro più prezioso: le sue convinzioni. Fra questi: il relativismo morale, lo psicologismo, l'ideologia del disagio. 

Per educare è necessario avere un criterio che discrimini il bene dal male, che indichi quale sia il bene educativo reale del figlio. Senza il sapere morale il genitore è “disorientato”.

In realtà non è possibile educare eludendo la questione morale: se sia giusto, ad esempio, desiderare che un figlio si comporti onestamente anziché disonestamente, sia leale anziché sleale, generoso anziché gretto e avaro.

Il genitore è oggi sottilmente indotto a ritenere che le proprie convinzioni morali non facciano parte integrante delle sue capacità educative, considerate un retaggio del passato senza alcun valore.

Nel posto lasciato libero dai pensatori morali si sono impancati gli psicologi, che, di fatto, utilizzano il più banale e primitivo strumento di valutazione etica: il piacere del figlio. È bene ciò che gli fa piacere, male ciò che gli dispiace o lo fa soffrire. La categoria morale diventa il benessere psicologico.

In realtà la psicologia è una scienza descrittiva, non valutativa; descrive “come funziona” l’apparato psicologico, ma non può definire ciò che è bene e ciò che è male, perché tale operazione esula dai suoi presupposti epistemologici (pertinenti alla filosofia morale).

La psicologia invece è diventata un’antropologia filosofica (per cui la natura umana coincide con i meccanismi psichici e le dinamiche affettive), che pretende di essere d’aiuto a prescindere dalle categorie morali di bene e di male. La psicologia è diventata una specie di religione gnostica del benessere psicologico.

È proprio la certezza morale a conferire al genitore la capacità argomentativa e di convinzione che lo rende credibile ed efficace. 

Capire i figli è doveroso, ma non è il fine dell'educazione: è la condizione per rendere più vero il dialogo, più adeguata l'esortazione, più efficace l'azione educativa.

La comprensione delle motivazioni psicologiche del figlio non può che giustificare tutto ciò che fa. I figli hanno diritto ad essere compresi, non hanno diritto ad avere sempre ragione. Capirli non significa approvarli. 

Dunque, per avere un buon dialogo non basta conoscere alcune “regole” ispirate all'empatia, ma è necessario che ci sia una verità che indichi il cammino, da condividere o da ricercare insieme.

I bisogni formativi dei genitori infatti non si riferiscono principalmente all'acquisizione di tecniche, o alla comprensione della psicologia dell'età evolutiva, ma riguardano un sapere morale che dia un senso e una direzione al compito di crescere bene i figli.

E non di rado debbono essere incoraggiati a fidarsi di ciò che per intima convinzione credono e sentono essere bene o male per la propria e la loro vita.

 

articolo di lunedì 15 giugno 2026

Rubrica "Fede e Società"

a cura di Don Salvatore Rinaldi

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