Egli infatti non fu solo il governatore che condannò Gesù, ma anche un prefetto romano con responsabilità politiche e amministrative, le cui decisioni vanno comprese nel contesto dell’epoca. I personaggi storici vanno compresi nel loro contesto.
è il vostro Ponzio che vi scrive. Sì, proprio io, Ponzio Pilato. In questi duemila anni, tutti hanno parlato di me, nel bene e nel male, fiumi d’inchiostro sono stati versati sul mio conto. Non vi è santo, teologo, papa, che non si sia pronunciato sul mio nome. E io me ne sono stato sempre in disparte con discrezione ad osservare e ad ascoltare, cauto come sempre. Pareri contrastanti sul mio conto. C’è chi mi considera il peggiore tra i malfattori della storia, spesso ponendomi impropriamente in compagnia di Erode o di Giuda, chi invece mi considera perno fondamentale per il pieno compimento della storia della salvezza. Devo confessarvi che quando l’orientamento è prorompente in questo secondo versante ne godo: è una bella sensazione sentirsi “strumento della provvidenza”, così come è entusiasmante essere nominato, inconfutabilmente per nome e cognome, da secoli, quotidianamente nel Credo, recitato e cantato in tutte le lingue, da miliardi di persone, tanto da essere stato tra l’altro definito «piolo piantato in mezzo al Credo, per dare garanzia di verità». Che meraviglia! Eppure dopo duemila anni ho deciso per una volta di rompere il silenzio e di parlare io di me, per un motivo. Tutti voi che parlate di me ne parlate orientati, la maggior parte da tifosi di Gesù di Nazareth e gli altri, al contrario, da detrattori. Ma io esisto davvero, come persona, oltre che come personaggio o addirittura come figura retorica, dato che spesso si fa uso del mio nome come “antonomasia” per indicare «il forte che vince sul debole, il ricco che vince sul povero, il violento che vince sul mite» o per indicare una persona che «quando vede che la situazione è difficile, si lava le mani e non sa assumere la sua responsabilità e lascia condannare – o condanna lui – le persone». Ma ragazzi, vi rendete conto a che punto di sopportazione sono giunto?
Parto dal fatto che sono stufo di essere rappresentato in tutte le passioni viventi con catino, brocca e asciugatoio (come gli attributi iconografici di un santo), simboli che, se accanto a Gesù sono il top dell’esercizio della sua regalità nel servizio, accanto a me, per il significato che ne attribuite, sono una riduzione umiliante e imbarazzante della mia persona. La scena della mia lavanda delle mani non è mai esistita. Ecco, l’ho detto. Mi dispiace farvi crollare un mito e generarvi un trauma ma dovevo proprio togliermi questo rospone dalla gola. Ah, mi sento liberato da un primo grande peso. Io ho capito che il gesto ha per voi valore simbolico e che storicamente simili scene accadevano non di rado, anzi erano tipiche nella tradizione giudaica, e capisco anche che Matteo abbia tutti i suoi interessi a spostare la responsabilità morale della condanna a morte di Gesù sui giudei, tanto che poi pure Luca mi farà dire più volte «Non trovo colpa in quest’uomo». Io finora non ho detto nulla, ma possibile che voi guardiate a me solo ed esclusivamente per sapere se in cuor mio credevo nell’innocenza o nella colpevolezza di Gesù? E io proprio questo è ciò che non vi dirò mai. Così imparate a parlare tutti di me in lungo e in largo come se mi conosceste bene, ma in realtà giudicandomi severamente solo con le vostre presunzioni su un unico singolo fatto della mia vita. Per una volta sappiate o ricordate veramente chi sono. Guardando a me potrete ampliare la vostra cultura generale in storia romana, dato che posso rendervi l’idea di cosa fosse l’amministrazione romana provinciale in Giudea. E i miei insegnamenti dunque non riguardano solo il fan club di Gesù di Nazareth. Io sono stato un prefetto romano, ragazzi. Sapete che significa? A me era affidato un distretto. Nelle mie mani, in quel posto geografico, erano racchiusi i poteri militare (preponderante), giudiziario e amministrativo. Vivevo stabilmente a Cesarea marittima, ma di tanto in tanto, in particolare durante le festività mi spostavo in giro per la regione affidatami, soprattutto a Gerusalemme, insieme alle truppe ausiliarie, per questioni di controllo e di armonia. Tutti noi prefetti veniamo dall’ordine equestre, siamo di formazione militare, per intenderci. Immagino che già sappiate, in funzione della storia che interessa a voi, che il potere di condannare a morte era prerogativa di noi prefetti romani (discorso a parte va fatto per i reati meno gravi, per la giustizia ordinaria insomma). Oltre questo compito eravamo i diretti interessati per tutto quel che concerne l’amministrazione ordinaria: manutenzione infrastrutture, strade, acquedotti,… In queste faccende eravamo i primi coinvolti. Non eravamo invece capi-riscossione delle tasse, questo spettava al legato di Siria. Il governo dei prefetti è durato dal 6 al 41 e i mandati più lunghi sono stati il mio e quello del mio predecessore Valerio Grato, per cui non credo di essere stato poi così male e posso dirlo con cognizione di causa. Il nostro spessore a livello politico era per così dire di medio livello, nel senso che non è che noi prefetti fossimo dei magistrati di livello politico altissimo, ma neanche del più basso. Per capire però la nostra non facile situazione di sottili equilibri socio-politici da tenere in piedi non va mai dimenticato che in Giudea dopo ben quarant’anni di interlocuzione di fatto tra la famiglia di Erode, gli erodiani e Roma, cambia completamente la classe dirigente giudaica. Avviene così una vera e propria rottura, o meglio discontinuità rispetto a un passato lungo e in un certo senso consolidato. Il potere, l’influenza, il prestigio effettivo dei sommi sacerdoti, anche questo è un aspetto importante che è bene non sottovalutiate, era morale, avevano cioè di base un potere di mediazione, la loro parola non lasciava indifferenti. E qui viene il bello. Tra il 6 e il 41 (anni della prefettura), udite udite, non si assiste a nessuna rivolta popolare in Giudea, come invece era avvenuto, e certo che era avvenuto, alla morte di Erode. Inoltre, sempre negli anni del nostro governo, non è stato mai necessario l’intervento del legato di Siria con le sue truppe per riportare la calma. Mai. E allora sono bravo nel mio lavoro sì o no? Dovrete ammettere che io e i miei colleghi siamo stati abili nel conservare il difficile equilibrio tra potere romano e autorità giudaiche (sacerdoti). Se al contrario ci fossero stati disordini, i mandati dei prefetti e dei sommi sacerdoti non sarebbero stati così lunghi. O no? […]
Con simpatia
vostro Ponzio Pilato
Articolo di lunedì 13 luglio 2026
Rubrica “Fede e Società”
Don Salvatore Rinaldi
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