Comprendere le motivazioni psicologiche di un gesto non equivale a ritenerle buone. Capire non significa approvare. I figli infatti hanno diritto ad essere capiti, non scusati né giustificati.
Soppressa irresponsabilmente l’esistenza drammatica del Male (morale e psicologico), Non è rimasta che l’innocua categoria del disagio come spiegazione di tutto ciò che non va.
I figli non avrebbero dunque difetti, né tendenze negative del carattere, ma solo dei problemi (ovviamente causati da altri, dal mondo, dalla vita...) da interpretare, da capire e da alleviare.
Con l’eliminazione della categoria tragica del Male (presente in misura diversa in ogni persona) è scomparsa l’idea della responsabilità e della colpa. Il termine stesso di “colpa” è ormai impronunciabile. L’aspetto drammatico della condizione umana e la lotta fra il bene e il male che la caratterizza,
è stato sostituito da un’antropologia ingenua quanto pericolosa: la natura umana sarebbe intrinsecamente buona, e i comportamenti inadeguati (una perifrasi per non dire cattivi e sbagliati) non sarebbero altro che una risposta al “dolore della vita” (come difficoltà, limitazioni, rinunce inevitabili, circostanze sfavorevoli).
Insomma la vita e chi la rappresenta (la società, i genitori, le persone in generale) non rispetterebbe il diritto dei figli ad avere una vita perfetta. Se infatti il fratellino non fosse nato, il primogenito non si sarebbe sentito geloso.
L’ideologia del disagio priva il genitore delle risorse più elementari: il richiamo alla buona volontà dei figli, all’impegno, come se essi non avessero margini di libertà e di decisione, di responsabilità personale di fronte a ogni difficoltà. Se il figlio è visto come una povera vittima delle circostanze avverse, come fare appello alle risorse dell’Io? Il genitore dubita di non capire profondamente il figlio e temendo di colpevolizzarlo, rimane bloccato nelle sue reazioni più istintive.
Vorrebbe dire al figlio: «È colpa tua, non cercare scuse, hai sbagliato, tocca a te cambiare...», ma il sospetto di essere superficiale, poco empatico, incapace di cogliere il disagio che ci sta dietro, lo scoraggia
dall’essere se stesso.
Tutta la cultura psicologica attuale congiura nel gettare sul genitore il sospetto di non capire, di non interpretare correttamente il significato dei comportamenti dei figli, convincendolo che le sue impressioni siano inadeguate a cogliere il significato delle situazioni.
Ritenere che il figlio “cerchi di farla franca” significa utilizzare uno strumento interpretativo inadeguato e pericoloso, perché farebbe sentire in colpa il figlio. L'istinto del genitore è messo fuori gioco da un pregiudizio ideologico che lo priva del suo buon senso, rendendolo dipendente dall'ultima moda pedagogica piuttosto che dalla sua intelligenza e dalla luce della sua coscienza morale. Alienato.
Molti cattivi maestri vogliono dissuadere i genitori dal ricercare una certezza morale, una terra ferma, li erudiscono accuratamente sulle caratteristiche della zattera (la psicologia dei figli), facendoli sentire sciocchi se si permettono di desiderare una bussola.
Il seme del sapere morale giace oggi sotto le macerie di un edificio crollato, ma resiste e attende
una nuova fioritura, perché non si può vivere senza saggezza.
articolo di lunedi' 22 giugno 2026
Rubrica "Fede e Società"
a cura di Don Salvatore Rinaldi
Scrivi commento