Comunità intorno alle famiglie

L’esperienza educativa implica un cammino costante e rispettoso dei cambiamenti che intervengono lungo la strada, un percorso che non evita gli ostacoli, ma li affronta con il coraggio e la volontà di chi sa sperare in un esito buono.

Nelle fasi immediatamente successive alla nascita, la cura genitoriale consiste fondamentalmente nell’assicurare una continua copertura e protezione al neonato e il suo obiettivo centrale è quello di fornire al figlio una "base sicura" che gli consenta di regolare in modo sempre più adeguato le sue funzioni psicofisiche in rapporto al contesto in cui si trova. Nell’adolescenza le dimensioni etiche e affettive e il loro giusto equilibrio diventano fondamentali per il percorso verso l’autonomia del figlio. Quando i figli sono adolescenti, la cura responsabile si traduce in un atteggiamento di “protezione flessibile” che tiene conto sia degli aspetti di dipendenza ancora presenti nella condizione adolescenziale, sia degli aspetti di autonomia e della loro difficile e mutevole composizione. La progressiva acquisizione di autonomia da parte dell’adolescente ha come cornice una storia che alterna una presa di distanza, spesso polemica, e una richiesta di vicinanza, in una continua e spesso ambivalente oscillazione tra l’esigenza del distacco per soddisfare i propri bisogni di esplorazione e la necessità di rassicurazione sull’affidabilità dei legami familiari. Anche i genitori dell’adolescente affrontano, dalla loro parte, il processo di svincolo, con le quote di dolore che ogni distacco implica. Con l’adolescenza del figlio lo sviluppo della famiglia diventa un’impresa evolutiva congiunta di due generazioni. Con l’adolescenza il figlio diviene un interlocutore sempre più “attivo” e l’ atteggiamento del genitore non può prescindere dalle sue risposte. Il bambino/figlio è ormai perduto, un futuro adulto dai connotati incerti sta prendendo forma e i genitori si trovano in una condizione per alcuni versi paradossale: devono infatti favorire un processo di svincolo che avrà come esito l’abbandono della relazione privilegiata con loro stessi. Un rischio frequente nei genitori è quello di non tollerare la fatica del cambiamento: saper cambiare è sapere andare incontro al nuovo, ma anche saper lasciare il vecchio, con i sentimenti di lutto che questo può comportare. Con la crescita dei figli, il sociale entra sempre più “prepotentemente” nella vita della famiglia e le figure con cui è chiamata a relazionarsi e a interagire sono sempre più numerose. La genitorialità non si esercita, infatti, nel vuoto, ma in un contesto sociale in cui possiamo rilevare una molteplicità di figure educative (insegnanti, educatori, sacerdoti e religiose, allenatori sportivi, operatori sociali…). Una famiglia con figli adolescenti è più orientata verso il mondo esterno per ricercare risposte alle proprie istanze e così dovrebbe essere per la famiglia con figli giovani adulti. Un terreno di nuova criticità che sfida la relazione famiglia-sociale soprattutto nella fase adolescenziale dei figli è quella del rapporto con i nuovi media, perché essi conservino la funzione di “mezzo” e non di “fine” per le nuove generazioni, occorre che la generazione degli adulti non si stanchi di proporre con forza e convinzione il valore degli stili comunicativi da sempre efficaci e positivi, anche prima dell’avvento dell’era digitale.

Prima ancora di lasciarsi sedurre dal “come” comunicare e dagli “effetti speciali” anche molto appariscenti che questi mezzi consentono, occorre aiutare i ragazzi a riflettere sul “cosa” comunicare, insistendo sull’importanza di dare spessore ai propri dialoghi, a riflettere sui contenuti, ad “ascoltare” più fonti, sapendo cogliere criticamente le differenze tra informazioni diverse. Ciò che è richiesto all’adulto è dunque di non polarizzarsi né sulla demonizzazione dei nuovi media, che conduce al controllo esasperato e alla imposizione di regole eccessivamente restrittive, né alla loro idealizzazione, che pone l’adulto in una posizione di debolezza dettata dalla minor dimestichezza con i mezzi rispetto ai giovani, cosiddetti “nativi” dell’era digitale. Possiamo dire che da un punto di vista educativo è molto importante il modo in cui si aiutano i figli all’incontro con la società e con il futuro, in modo che essi possano a loro volta rapportarsi con ciò che sta fuori in modo positivo, costruttivo, dialogico. La famiglia può così diventare palestra per coltivare la fiducia nei legami sociali e suscitare nelle nuove generazioni il desiderio di impegnarsi anche al di fuori dei propri confini familiari. La famiglia è chiamata ad esercitare una funzione di “mediazione” non solo con il sociale, ma verso il sociale, attraverso la partecipazione a gruppi («libertà è partecipazione» recitava una bellissima canzone) e la creazione di reti. La costruzione di una rete è anche un compito: si tratta di costruire e alimentare una rete, che contenga il bambino, poi l’adolescente, poi il giovane adulto in cui diversi attori sociali e familiari si scambino, si parlino, condividano un progetto educativo! Se non c’è questa comunità intorno alle famiglie, fatta di altre famiglie, esperienze, la famiglia è sola, esposta alle sfide che inevitabilmente incontrerà.

 

di Don Salvatore Rinaldi

 

articolo pubblicato su “Primo Piano” di Lunedì 25 Luglio 2016

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