Il bambino vuole essere ascoltato

Spesso si comprendono le parole, ma non ciò che esse intendono significare in un determinato momento o contesto. Pause, atteggiamenti e contenuti latenti non vengono considerati. Ciò è particolarmente vero con i bambini, che hanno una padronanza limitata del linguaggio verbale ed esprimono molte idee o sentimenti attraverso le mimiche, gli sguardi, i silenzi, la vicinanza e i movimenti. 

D’altro canto anche gli adulti si avvalgono continuamente del linguaggio non verbale per comunicare emozioni, stati d’animo e per rendere più espressive le parole che pronunciano. Per essere efficace, dunque, l’ascolto richiede buona disposizione e spirito d’osservazione. Quali sono i motivi che ostacolano un buon ascolto degli adulti nei confronti dei bambini, dei figli o degli alunni? Possono essere di diverso genere: pratici, dipendenti dallo stile di vita, o psicologici, collegati alle caratteristiche individuali, alle attese e alle convinzioni personali. I motivi pratici sono in gran parte collegati ai ritmi di vita degli adulti, ad impegni di lavoro, agli spostamenti, al traffico. Siccome andiamo di fretta, tendiamo a semplificare, a interrompere e a interromperci. Parliamo al telefono con persone non presenti e abbiamo poco tempo per ascoltare chi abbiamo di fronte. Seguiamo i nostri tempi che sono diversi da quelli dei bambini, i quali, per poter comunicare, hanno bisogno di tempi più rilassati, di sentire che c’è una reale disponibilità all’ascolto. Tant’è che, a volte, quando sentono che questa disponibilità non c’è, che l’adulto ha sempre la mente altrove, smettono di chiedere e a volte anche di parlare. Molti mutismi dei figli, nell’infanzia come nell’adolescenza, sono dovuti alla sensazione che sia inutile parlare. Altri fattori che interferiscono con un buon ascolto riguardo le problematiche psicologiche degli adulti, meno evidenti della fretta e della distrazione ma non meno importanti. Alcune: difficoltà nell’affrontare certi argomenti, nel rispondere a domande su temi caldi o “fastidiosi” quali la violenza, il sesso, la morte, ma anche rapporti conflittuali tra gli adulti, incomprensioni all’interno della coppia o tra parenti e l’esigenza che hanno alcuni di avere ragione, specialmente nel rapporto con i figli. Quando si è guidati da questo bisogno di affermarsi sempre e comunque, è difficile ascoltare gli altri. La preoccupazione dominante è quella di imporre il proprio punto di vista, volere o desiderio e interpretare i comportamenti altrui sulla base delle proprie necessità o di proiettare sugli altri i propri stati d’animo, sogni e desideri. Un bambino di cinque anni non riesce a stare seduto a lungo al ristorante: è un desiderio dell’adulto che egli rimanga fermo, non certo del bambino. Un altro esempio è quello di un padre che vede nel figlio un campioncino del calcio (ciò che avrebbe voluto essere lui o che è stato da giovane) e quindi lo spinge con insistenza verso uno sport per cui il figlio non ha inclinazione e non esita ad umiliarlo se non riesce ad emergere, non accorgendosi magari che il figlio possiede un talento in tutt’altro ambito. Avere dei sogni per i propri figli non è in sé un fatto negativo: è normale che un genitore abbia per i figli dei desideri e delle aspirazioni e che cerchi di indirizzarli e di guidarli, specialmente in un mondo complicato  come il nostro dove i giovani rischiano di confondersi e di perdersi; ma se indirizzarli e guidarli è opportuno e necessario, volere a tutti i costi realizzare i propri sogni attraverso di loro, come se fossero dei cloni del genitore e non invece delle persone diverse, questo non è utile e qualche volta può essere pericoloso. L’ascolto può essere ostacolato dalla difficoltà di negare qualcosa ai figli anche quando sarebbe opportuno e necessario. Pur controvoglia l’adulto finisce sempre per cedere. È troppo doloroso per lui sentirsi disapprovato o non in totale sintonia con i figli. Non riesce ad opporsi perché ha bisogno di sentirsi amato momento per momento; non riesce a reggere il malumore dei figli e qualunque segno di ribellione lo mette in crisi. Non considera che gli effetti positivi di un buon intervento educativo si vedono sui tempi lunghi, non nell’immediato. Alcuni pensano di poter dialogare subissando i figli di domande, quando invece una strategia efficace per iniziare una conversazione consiste nel parlare di sé, di ciò che si fa, si pensa o piace fare; oppure nel parlare di fatti, vicende o storia che invogliano l’interlocutore ad ascoltare, ad inserirsi nel discorso, ad esprimere un parere o un punto di vista. Si può svalutare la conversazione di un bambino non rispondendo alle sue domande, banalizzando ciò che dice o prendendolo in giro per errori e inesattezze, distorcendo il significato di ciò che dice, sviando il discorso oppure prendendo alla lettera le sue parole senza “leggere” invece ciò che si nasconde dietro alle parole e senza tener conto del momento e del contesto in cui vengono pronunciate, interrompendolo di frequente, rispondendo al posto suo senza lasciargli il tempo di farlo (il messaggio implicito è “non sai”, “non sei capace” o “potresti dire una sciocchezza”). Per avere un buon ascolto: “Prestare orecchio”, è una forma di ascolto in cui l’adulto dà la possibilità al bambino/ragazzo di esprimersi e di riflettere con piccoli incoraggiamenti, senza preoccuparsi di fornire subito valutazioni e consigli. C’è una forma di dialogo in cui chi fa le domande è l’adulto che, pazientando e lasciando all’allievo” il tempo per pensare, immaginare, pescare nei propri ricordi, cerca di stimolarne l’immaginazione o di indurlo a ragionare seguendo un filo logico. È il dialogo maieutico, che usava Socrate quando discettava di filosofia con i suoi giovani allievi: invece di fornire le risposte poneva delle domande e attendeva che fossero loro a rispondere.

 

di Don Salvatore Rinaldi

 

articolo pubblicato su “Primo Piano” di Lunedì 8 Agosto 2016

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