Preghiera: relazione con un "tu" umano

Molte persone di una certa età sono ancora intrise di una concezione errata di preghiera e, non comprendendone il significato più autentico, finiscono per non rendersi conto neanche del suo valore. 

Onde evitare di cadere in errore, è di vitale necessità partire dall’assunto che la preghiera è parlare con qualcuno che si conosce, altrimenti è altissimo il rischio di ritrovarsi a parlare con una colonna o con una statua di legno, di gesso o di pietra. Ma «gli idoli delle genti sono argento e oro, opera delle mani dell'uomo. Hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non odono, hanno narici e non odorano. Hanno mani e non palpano, hanno piedi e non camminano; dalla gola non emettono suoni» (Sal 114, 4-7). Oltre a non poterci mettere a parlare con le statue non possiamo neanche pensare di scalare le montagne più alte per cercare il nostro Dio tra le nubi, perché se facciamo queste cose non stiamo pregando, in quanto la preghiera è un incontro. Un incontro con un “tu”. Un incontro con una persona. Proviamo a riflettere insieme con facilità sui nostri gesti quotidiani. Noi la mattina ci alziamo, ci laviamo, ci insaponiamo, ci asciughiamo, ci profumiamo, ci pettiniamo, ci vestiamo in un certo modo,… Perché lo facciamo? Semplicemente perché ci prepariamo ad incontrare qualcuno. E così è la preghiera. Faremmo bene a smetterla di sostare davanti a una statua che, anche se bellissima, non è un “tu” umano. Questa non è preghiera. Quando mi relaziono con un “tu” umano, la grande differenza è che non c’è bisogno che sia io a dire tante parole, piuttosto ho bisogno di ascoltare cosa lui ha da dirmi: «Prima che tu venissi, io già ti conoscevo, io ti ho intessuto, io ti ho voluto» (cfr. Sal 138) Se il “tu” con cui scelgo di relazionarmi è Dio, le parole che ascolterò saranno simili a queste. Dunque, se desidero pregare, il primo passo da fare è scoprire dov’è Dio, comprendere dove lui mi parla e poi mettermi in ascolto della sua Parola. Presto scoprirò che a differenza di tutti gli altri “tu” lui mi dice: «Io sono con te. Io ti do la possibilità che la mia corporeità sia nella tua affinché tu torni alla vita. E farai persino cose più grandi di me» (cfr. Gv 14,20 ; Gv 15, 4-10). Dopo tutte queste premesse, se qualcuno ancora non riesce a ritrovarsi in questo discorso è forse possibile che non abbia mai pregato. Purtroppo tra noi ci sono ancora molti, troppi “pubblicani”! Se noi dovessimo ancora sentirci simili ai pubblicani a questo punto faremmo meglio a metterci davanti a uno specchio a elogiare noi stessi. Ricapitolando, è importante che la preghiera sia relazione tra il mio “io” e un “tu” umano. Solo così ci renderemo conto di non essere soli. La relazione ci impegna, certo, in quanto ci chiede di accettare l’altro. Ma è proprio da lì che per noi inizia la vita vera in quanto dal momento in cui ci relazioniamo non siamo più chiusi in noi stessi. Se noi restassimo costantemente chiusi in noi stessi e desiderassimo solo che le persone intorno a noi venissero a incensarci, non avremmo capito nulla della vita. Se invece ci apriamo alla preghiera vera, finalmente iniziamo a relazionarci con un “tu” umano. Se, però, non conosco la corporeità dell’altro come posso pretendere di essere preso dalla sua umanità per poter essere trasfigurato? Troppo spesso ci fermiamo ancora a quel Dio trascendente che è nell’alto dei cieli. Ma Dio si è reso immanente già da 2000 anni. Ci siamo mai posti nell’atteggiamento di voler scoprire veramente chi è questo Gesù di Nazareth? Pochi di noi purtroppo ne hanno conoscenza. Sappiamo solo che nacque nella capanna di Bethleem, poi a 12 anni fu trovato lì nel tempio e poi non sappiamo più nulla. Dicono che faceva il falegname e che poi a un certo punto verso i trent’anni si è messo a predicare. Ma noi abbiamo letto bene questi suoi momenti di vita? Cosa stanno a significare? Saremmo fuori strada se pensassimo che Gesù di Nazareth è colui che si divertiva a fare pupazzetti con la sagoma di uccellini, a soffiarci dentro e a farli volare. Gesù di Nazareth ha preso delle posizioni come uomo di fronte a una cultura ben precisa. Gesù di Nazareth che si ferma a parlare con la donna samaritana. Gesù di Nazareth che piange per l’amico Lazzaro. Gesù di Nazareth che scaccia i venditori dal tempio. Gesù di Nazareth che si permette di inchinarsi davanti agli uomini e dire: «Questa è la mia missione: che io lavi i tuoi piedi. Che io mi inchini davanti a te, uomo» (cfr. Gv 13,1-20) Allora, concludendo, riflettiamo insieme. Chi parlò alla samaritana? Un dio fantasma o un uomo? Chi risuscitò Lazzaro? Un dio fantasma o un uomo? Chi guarì la donna che sanguinava? Un dio fantasma o un uomo? Chi scacciò i mercanti dal tempio? Un dio fantasma o un uomo? Solo se abbiamo la consapevolezza di Gesù di Nazareth possiamo capire il significato di “questo è il mio corpo”: svelato il segreto messianico.

 

 

 di Don Salvatore Rinaldi

articolo pubblicato su “Primo Piano” di Lunedì 7 Novembre 2016

 

 

 

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