Si mise a insegnare loro molte cose

Gesù sa che nell’uomo non è il dolore che annulla la speranza, neppure il morire, ma l’essere senza conforto nel giorno del dolore. Lo scenario mondiale nel quale viviamo è precario per tutti, le disuguaglianze si approfondiscono, la spoliazione dei beni è sotto gli occhi di tutti. 

Benedetto XVI nella conferenza del 10 dicembre 2000 afferma che la domanda fondamentale di ogni uomo è: come si realizza questo diventare uomo? Come si impara l’arte di vivere? Qual è la strada della felicità? Evangelizzare vuol dire: mostrare questa strada, insegnare l’arte di vivere. Gesù dice all’inizio della sua vita pubblica: «Sono venuto per evangelizzare i poveri» (Lc 4,18); questo vuol dire: Io ho la risposta alla vostra domanda fondamentale; io vi mostro la strada della vita, la strada della felicità, anzi: io sono questa strada [...] sono il Vangelo, la Buona Notizia in persona. Romano Penna nel libro Paolo Di Tarso dice: «Egli non ha soltanto predicato ideali o principi, romanticamente sublimi o prassisticamente rivoluzionari, di libertà, di giustizia, di amore, di dignità umana. Oltre questi orizzonti, c’è molto di più nel cristianesimo. È Gesù stesso che fa personalmente parte del “sistema” cristiano, nella sua fecondità individuale e nel suo destino di vita e di morte». Gesù si mise a insegnare loro molte cose. Insegnare è gesto alto: è riconoscimento della dignità e della grandezza dell’altro, è atto frontale che pone viso a viso, che mette coloro che ascoltano a parte di cose importanti; insegnare spoglia del potere e lo ridistribuisce; essere destinatari di un insegnamento apre alla coscienza e all’autonomia, fa alzare in piedi le persone, conferisce una sana superbia, come diceva don Lorenzo Milani, a chi è convinto di non valere nulla. Gesù, insegnando, restituisce alla folla identità di persone. Riannoda il filo della creazione, quell’avventura corsa per primo da Dio, di mettere in potere delle creature il loro futuro: uomini di scarto, abbandonati a se stessi, ricevono direttamente da Gesù, in mano loro, le chiavi del già per essere per sempre. E mosso da compassione prende ad insegnarci molte cose. Ma comprenderemo i suoi insegnamenti solo se ci permetteremo di uscire dal rumore, dalla confusione e dall’indifferenza. Dobbiamo andare in un luogo deserto e senza riposare un poco, restare un po’ con noi stessi, con la nostra essenza profonda. Andare nel deserto significa attraversare la frontiera, percepire nuovi orizzonti, sentire nel silenzio che una nuova realtà sta sorgendo. È necessario fare la differenza, è necessario separarsi dal tumulto, dal non senso, dall’indifferenza. Ed è in questa situazione di spogliamento che ritroviamo noi stessi e il fine del nostro percorso di fede. Il deserto ricorda la transitorietà, il passaggio. Non è permanenza. Il deserto è il luogo a partire dal quale possiamo guardare oltre frontiera e fare esperienza della nostra trasformazione. La tentazione di tornare indietro è grande, ma è solo lì che possiamo sperimentare la nostra vita profonda. Quello è il luogo della celebrazione della vita nella sua interezza, nella sua essenza. È il luogo dell’incontro e dell’alleanza col Dio della compassione. Questo è l’incontro che ci porta necessariamente a rivedere i nostri paradigmi e a garantire la rottura con il non senso delle nostre vite, con il dolore e la schiavitù dell’egoismo e che ci lancia verso la totale trasformazione di una nuova dimensione di vita: quella della libertà piena; quella libertà che ci rende solidali con il dolore dell’altro, vigilanti sui diritti degli emarginati e degli esclusi e allo stesso tempo ci fa tornare al luogo di origine, la terra dei nostri sogni, in maniera totalmente nuova e trasformatrice. Impareremo il rispetto delle differenze, il riconoscimento dell’alterità. Soltanto nel deserto è possibile il miracolo della cura e della condivisione. È lì che condivideremo quello che realmente possediamo e quello che siamo. È lì che si tiene il nostro incontro con noi stessi e con il trascendente. Il deserto è il luogo dell’accoglienza, della solidarietà, della cura, della trasformazione. È il luogo del rifugio e della salvezza. Paolo VI nell’Evangelii Nuntiandi, al n. 21, dice: «La Buona Notizia è anzitutto proclamata mediante la testimonianza. Ecco: un cristiano o un gruppo di cristiani, in seno alla comunità d’uomini nella quale vivono, manifestano capacità di comprensione e accoglimento, comunione di vita e di destino con gli altri, solidarietà negli sforzi di tutti per tutto ciò che è nobile e buono. Ecco: essi irradiano, inoltre, in maniera molto semplice e spontanea, la fede in alcuni valori che sono al di là dei valori correnti, e la speranza in qualche cosa che non si vede, e che non si oserebbe immaginare. Allora con tale testimonianza senza parole, questi cristiani fanno salire nel cuore di coloro che li vedono vivere, domande irresistibili: perché sono così? Perché vivono in tal modo? Che cosa o chi li ispira? Perché sono in mezzo a noi? Ebbene, una tale testimonianza è già una proclamazione silenziosa, ma molto forte ed efficace della Buona Notizia».

 

 

 di Don Salvatore Rinaldi

articolo pubblicato su “Primo Piano” di Lunedì 8 Maggio 2017

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