Il volto della Chiesa

La Chiesa è nata ancor prima del suo essersi concretamente realizzata. Paolo stesso attesta in Ef 1,4-6 che Dio «ci ha scelti prima della creazione del mondo [...] per essere santi [...]». Nata da un annuncio di amore e proiettata a essere corresponsabile della realizzazione di questo amore attraverso il suo costituirsi come comunità, la Chiesa è una comunità che nasce dall’annuncio dell’amore di un Padre che mette se stesso a disposizione dei suoi figli affinché il mondo sia riconciliato.

Essendo una comunità di uomini e donne diversi, ma uniti dalla progettualità dell’amore, diventa così uno strumento attuativo della riconciliazione. Essa è stata pensata per questo, e l’annuncio da portare deve necessariamente essere incentrato su questa scia con segni concreti di espressioni che rivelino proprio l’amore misericordioso del Padre. «Una comunità è qualcosa ben diverso da un gruppo. Esistono molti gruppi ma solo poche comunità; solo un piccolo numero di gruppi è intenzionato a compiere la transizione a comunità. Un gruppo è un insieme di persone che fanno la stessa cosa o che si trovano nello stesso luogo e nello stesso tempo. Un mero gruppo non può essere la manifestazione della presenza del Cristo risorto. Infatti, una comunità è definita dalla qualità della presenza tra i membri di un gruppo. Vediamo la nascita di una comunità quando i membri di un gruppo prendono la decisione e l’impegno di scambiarsi vicendevolmente il dono della presenza premurosa» (Luis Antonio Gokim Tagle, Gente di Pasqua). Qual è la Chiesa in grado di diventare una comunità annunciatrice di questa salvezza, in grado di proporre la strada della riconciliazione? È la Chiesa-comunità, che chiama a partecipare alla vita di Dio con il metodo della misericordia verso tutti gli uomini, a cominciare dai lontani, a realizzare insieme con questi progetti di pace e di giustizia e a perseguire la strada dei profeti che hanno annunziato con parresia e forza l’amore sponsale di Dio per il suo popolo. La comunità non è una sorta di isola felice, ma richiede una sua attiva partecipazione sia al proprio interno sia all’esterno. Ecco perché, se superiamo l’idea di una parrocchia chiusa in sé e proponiamo l’idea di una comunità legata alla territorialità, necessariamente deve rivalutarsi la ministerialità dei singoli per l’edificazione del Regno di Dio. Il problema vero non è quindi nell’istituzione di ministeri non ordinati o nella promozione laicale sotto la falsariga di una direzione clericale, ma nella valorizzazione di tutto quanto possa andare nella direzione della missionarietà. Il servizio della comunità non deve mai essere un qualcosa d’intuitivo dei singoli, ma frutto di un discernimento e di un iter comunitario. «La comunità è chiamata a riproporre le orme di Cristo-servo per essere al servizio del mondo» (Benedetto XVI). «Essa non si accontenta del piccolo gruppo, e [...] non è il contenitore dei gruppi, piccole comunità, movimenti, ma il punto di riferimento e il luogo della verifica ecclesiale concreta [...]. Vive la stagione di difficoltà e di rinnovamento come kairos. La coglie come occasione preziosa per attivare una prassi comunitaria di ricerca e sperimentazione dei nuovi modelli; si pone come comunità di ascolto e di progetto; scopre e valorizza in questa prospettiva doni e competenze posti al suo interno e fino ad allora non fatti emergere. Non si ripiega e non si rassegna, ma vive con fiduciosa speranza questo nostro tempo di semina» (S. Lanza, Orientamenti Pastorali n. 7-8 anno 1999). Ne deriva che anche il parroco non è più chiamato a essere l’amministratore dei sacramenti. Il suo ruolo è quello di fare discernimento, proprio per generare le ministerialità ecclesiali affinché l’annuncio sia portato ovunque. «La Chiesa non ha bisogno di professionisti della pastorale, ma di una vasta area di gratuità nella quale si svolge un servizio che la accompagni con uno stile di vita evangelico». (CEI, Il volto missionario delle parrocchie). La comunità, attraverso il discernimento quotidiano, deve saper provocare e restituire al mondo i valori evangelici ponendo come fondamento la Sacra Scrittura, con un’attenzione particolare all’esperienza contenuta negli Atti degli Apostoli e nelle Lettere di Paolo. La Chiesa che Luca propone «per Teofilo» non è fatta di esperienze di singoli, ma è frutto di annunzi miranti a realizzare itinerari di fede comunitari. Richiamando la responsabilità dell’annuncio missionario, anche coloro che non hanno conosciuto Gesù possono essere in grado di incontrarlo nella viva esperienza della vita comune che non si formalizza intorno a statuti legittimamente approvati, ma richiede che l’annuncio della fede sia celebrato e vissuto. Il kerigma appare dunque non come ripetizione di qualche verità rivelata, ma come risposta alla memoria di Gesù: una risposta pensata, accuratamente formulata, solennemente proclamata, celebrata devotamente nel culto, vissuta nel quotidiano. Così anche la storia di Paolo è una storia kerygmatica, a cominciare dalla sua conversione e soprattutto dal suo dedicarsi instancabilmente alla diffusione del Vangelo senza mai staccarsi dalla comunità. La sua stessa vocazione rivela quanto per Paolo l’incontro con il Cristo risorto sia stato fondamentale per la sua scelta. In realtà tutto ciò è stato corredato dalla vita della comunità. La sua folgorazione sulla strada di Damasco ha un seguito: l’incontro con Anania che rappresenta la comunità, perché senza una comunità nessuno può ergersi a costruttore di nuovi annunci per l’umanità. Infatti il primo passo di Paolo fu quello di mettersi a disposizione della comunità e di verificare il suo cammino.

 

di Don Salvatore Rinaldi

 

articolo pubblicato su “Primo Piano” di Lunedì 12 giugno 2017

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