Imparare ad amare

Imparare ad amare sembra essere la finalità pedagogica assegnata alla nostra specie: il suo più intimo progetto genetico. Tutti gli uomini e tutte le donne vorrebbero amare ed essere amati.

Tutte le grandi tradizioni spirituali della terra ci ripetono poi all’unisono che è soltanto amando che l’essere umano si libera dai recinti angusti del proprio io ed entra in contatto con il mistero del divino e dell’eterno, comunque lo si intenda. Sappiamo che tutte le ferite che ci portiamo dentro nella nostra vita, e fin dall’infanzia, sono in definitiva sempre ferite inferte al nostro innato bisogno di amore. Sappiamo che è sempre da una mancanza di amore che sgorgano le nostre distorsioni interiori, le nostre difese, le nostre paure e tutti i nostri blocchi evolutivi. Imparare ad amare, dunque, in base a tutte le forme di conoscenza che abbiamo, sia spirituali sia scientifiche, non sarebbe una tra le tante cose da fare, ma il senso unico e ultimo, il vero scopo della nostra esistenza, a prescindere da ciò che crediamo o non crediamo. Ma allora, se solo amando io realizzo appieno la mia umanità, compio il mio destino terreno e sono perciò anche veramente felice, come mai facciamo tanta fatica ad amare? Siamo convinti, in altri termini, che le forme precedenti, culturali e religiose, sociali e politiche, in cui abbiamo incarnato finora il nostro amore e il nostro bisogno primario di relazionarci, magari per interi millenni, ovvero tutte le forme millenarie di umanità rivestite fino a questo momento cruciale della storia, non siano più sufficienti, non ci bastino più, ed è per questo che sono entrate in un vertiginoso travaglio trasformativo. Perciò soffriamo da morire, perciò la nostra vita sembra perdere di significato e asfissiare, perché non sappiamo ancora amare come oggi potremmo, e quindi non siamo noi stessi nella misura in cui oggi ci sarebbe possibile, perciò ci odiamo, ci disprezziamo e tendiamo in tante forme a distruggerci. Imparare ad amare è, in altri termini, un processo molto concreto e quotidiano di liberazione interiore: un lavoro, appunto, che va semplicemente appreso e fatto. Se vogliamo per davvero amare di più, dobbiamo modificare radicalmente il nostro modo di essere umani e passare da un sé tendenzialmente chiuso in se stesso, a un io molto più relazionale. Per imparare ad amare con tutto il nostro cuore, con tutta la nostra anima, con tutte le nostre viscere e con tutte le nostre forze, e quindi per diventare esseri umani pienamente realizzati, è necessario che tutto il nostro essere venga coinvolto, mobilitato, trasformato e risanato fino alle radici. Ciò di cui tutti noi facciamo esperienza, più o meno ogni giorno, è che fortissimi impedimenti interiori ostacolano il nostro più intimo desiderio di amare. È come se la nostra capacità di amare – lo slancio più profondo del nostro cuore – fosse intrappolata, irretita, bloccata e deformata da una fitta rete di negatività. Molto facilmente l’impulso ad amare, ad aprirci all’altro e a unirci con lui si trasforma in odio, in rivalità, in risentimenti furibondi. Ci sentiamo feriti, rifiutati, e ci chiudiamo in atteggiamenti difensivi e offensivi nei confronti di chi pensiamo non ci abbia amati e rispettati o non abbia corrisposto al nostro amore nella misura e nei modi che noi ci saremmo aspettati. E così le relazioni umane, specialmente le più strette, diventano un inferno, gli altri sembrano per davvero provocare in noi quell’angoscia infernale, di cui parlava Sartre, per cui scateniamo un po’ dovunque la guerra di tutti contro tutti, quel quotidiano massacro al quale in un modo o nell’altro partecipa ogni uomo su questa terra. Dobbiamo impegnarci a conoscere e a dissolvere gli strati di non-amore che incarcerano e distorcono i raggi della nostra più profonda identità. Questi strati di non-amore, infatti, sono una fitta trama di pensieri sbagliati e contorti, di concetti male-detti, di pregiudizi, di illusioni, di presunzioni, di odi, risentimenti, rabbie e paure, che dobbiamo imparare a penetrare l’uno dopo l’altro, senza mai stancarci, con infinita pazienza e sconfinata umiltà. Per diradare piano piano l’oscura cortina fumogena che ci avvelena e ci intrappola bisogna comprendere sempre meglio come, quando e perché nella nostra storia personale abbiamo incominciato a costruire in noi stessi questi strati di non-amore, e così a falsificarci, a forzarci e a violentarci oggi più che mai. Imparare ad amare non è soltanto un anelito di liberazione individuale, ma l’imperativo cui è appellata la specie umana nel suo complesso, per sottrarci all’autodistruzione verso la quale ci stiamo dirigendo, facendoci ancora guidare con troppa inconsapevolezza e cecità dalle forme più distorte e male-dette del nostro essere. Le forme di amore che sentiamo di non aver ricevuto ci indicano quali siano state le principali ferite che abbiamo subito, in quali modi cioè siamo stati feriti. Individuare le nostre specifiche ferite/traumi infantili è molto importante, perché getta una luce nuova e forte su tutta la nostra esistenza. Se, infatti, studiamo attentamente le modalità dei comportamenti che assumiamo ogni volta che risentiamo il dolore delle nostre specifiche ferite, possiamo comprendere quali siano le nostre difese più abituali, cioè le forme (distruttive) di comportamento che abbiamo costruito per difenderci dal dolore tremendo del non-amore subito e che ormai operano in noi come una seconda natura, in modo automatico e inconscio.

 

 

Don Salvatore Rinaldi 

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