Tre passi indietro e sette avanti

«Il quieto vivere è la morte della coppia, delle emozioni e dell’intimità, il conflitto invece fa parte della relazione ma bisogna imparare a farci i conti. A gestirlo non come un inconveniente spaventoso o un ostacolo, ma come uno scenario conosciuto e messo in conto.

Dunque meglio dirsele, ma dirsele bene» (Daniele Novara). Litigare male è facile: c’è chi ci mette i silenzi, chi le urla, chi le ripicche e chi le mortificazioni e le violenze. Il buon litigio invece è una strategia più difficile, ma molto più interessante, una fatica benefica e protettiva, necessaria perché tutela i contendenti, e anche gli spettatori che sovente sono i figli, dai segreti e dai problemi nascosti, dalle violenze delle emozioni che facilmente degenerano in aggressività estrema. «Purtroppo si cresce con la consegna di fare i buoni, di andare d’accordo con tutti e con l’idea che litigare significhi mettere in discussione la relazione e l’unione. Imparare a farlo bene invece è un’occasione per vigilare sul benessere della coppia, una sorta di manutenzione della vita affettiva che permette la comunicazione profonda delle persone e la possibilità di entrare in contatto reciproco senza paure». Del resto il mito dell’amore simbiotico, che prevede gusti, idee e passioni identici è piuttosto pericoloso, perché rischia di franare in breve alle prime difficoltà e perché nega un passaggio essenziale e realistico dei nostri tempi. «Siamo tutti suscettibili e permalosi, desiderosi di affermare le nostre posizioni e di stravincere nelle contese, preferiamo dare ordini invece che fare proposte, consigli piuttosto che informazioni perciò affrontare con competenza gli inevitabili contrasti e i momenti di criticità è un fattore di sopravvivenza per la coppia e per gli individui. Sostare in modo costruttivo nel conflitto, riconoscere cosa sta succedendo, controllare emozioni e sofferenze che arrivano dal nostro passato è un modo per tenere alta la guardia su di sé e consolidare la relazione». Bisogna però prepararsi, perché la competenza conflittuale non nasce dal nulla, è frutto di un continuo lavorìo consapevole su se stessi che finisce per tirar fuori il meglio anche dall’altro. Come si fa a criticare senza offendere, a non colpire l’altro nei suoi punti più fragili pur di prevalere, a non essere tendenziosi e a rinunciare all’ultima parola? «È che l’impresa vale lo sforzo. È la strategia dei tre passi indietro e sette avanti che consente di sganciarsi dall’arcaico sistema dell’attacco personale e della trappola dell’aggressività e di provare a comunicare in modo nuovo». Non si immagina come possa stemperare il conflitto essere ascoltati e non giudicati e fatti tacere, essere presi sul serio e non alla lettera, informati e non corretti o consigliati. Perché i conflitti sono problemi da gestire e non persone da cambiare. Per litigare bene bisogna prima liberarsi dai pregiudizi e dalle convinzioni che fanno naufragare ogni confronto. Insomma fare qualche passo indietro. Almeno tre (sempre secondo le indicazioni del pedagogista Daniele Novara) 1. Non cercare il colpevole: non c’è. State litigando, non tenendo un’arringa a un processo: non dimenticate che nei litigi di coppia non si tratta di vincere e il colpevole non è mai uno solo. 2. Dare consigli e suggerimenti, specie non richiesti, peggiora la situazione. Frasi del genere “Te l’ho detto mille volte”, “Tu non mi ascolti! Fai come ti dico, è la cosa giusta!” provocano senso di inadeguatezza e di dipendenza. 3. Non si tratta di vincere, la vita di coppia non è una gara. Voler avere ragione a tutti i costi e l’ultima parola o sentirsi sconfitti provoca solo tensione e disagio. E poi si può procedere con qualche passo avanti. Almeno sette. 1. Stare sul problema, non attaccare la persona. Meglio concentrarsi sul problema non sul carattere “impossibile” del partner. 2. Ascoltare davvero senza fare continui commenti. Capire meglio aiuta ad affrontare insieme il problema. 3. Prendersi sul serio non vuol dire prendersi alla lettera. Talvolta le parole possono uscire in un impeto emotivo e non corrispondere a un convincimento; soppesarle come in un verbale aumenta l’intransigenza e l’irritazione. 4. Dare informazioni: sono più utili dei consigli. Perché lasciano libertà di utilizzo mentre i consigli sono spesso ordini camuffati. 5. Fare proposte, funzionano più degli ordini. Anche se richiedono più coraggio perché espongono alla possibilità che non siano accolte. 6. Chiedere il permesso non per essere considerati invadenti. Significa saggiare la disponibilità al confronto ma anche il luogo e il momento più adeguato per discutere. 7. Fare solo domande di cui non si conosce già la risposta. Essere tendenziosi, inquisitori, invadenti e inopportuni, giudicanti e manipolatori produce sofferenza. 

 

di don Salvatore Rinaldi

Scrivi commento

Commenti: 0