Persona e tecnologia

Le possibilità di intervento dell’uomo su se stesso e sul mondo fornite dalla scienza (e soprattutto dalla tecnologia) fanno emergere, con sempre maggiore evidenza, la necessità di porre limiti ben definiti all’azione manipolativa; limiti che ogni uomo e ogni potere devono rispettare.

 

 

La possibilità di dare corso a comportamenti ispirati alla “sostenibilità” è oggi minacciata dal prevalere, all’interno della nostra cultura, di un modello di riferimento che tende a diventare esclusivo: il modello della razionalità tecnologica e strumentale. La caduta della distinzione tra scienza e tecnica, a favore di quest’ultima (o meglio della tecnologia), trasforma la tecnica in lógos (e il lógos, a sua volta, in téchnē), non vanificando soltanto le tradizionali distinzioni, nell’ambito del pratico, tra etico e poetico, ma riducendo anche la valutazione dell’agire alla “fatticità”, cioè alla mera considerazione del risultato. Possibilità tecnologica e possibilità umana sono pertanto ritenute perfettamente coincidenti, al punto che il tecnicamente possibile diviene anche eticamente legittimo. La ratio della modernità è contrassegnata infatti dall’equazione tra “sapere” e “potere”, quest’ultimo identificato con l’espropriazione costante della realtà, ad opera di una sconfinata volontà di potenza. Il pensiero è ridotto a un pensare-per-tecnicalità, dove la preoccupazione fondamentale è lo sforzo volto a ordinare concetti compattandoli tra loro, a prescindere da qualsiasi ulteriore questione, perciò dalla ricerca del senso. Le enormi potenzialità di manipolazione della realtà oggi a disposizione dell’uomo, mettono in gioco il destino dell’uomo e dell’identità della specie umana. L’attuale processo di crescita tecnologica costituisce un vero e proprio salto di qualità rispetto al passato, non esita a invocare una nuova forma di discernimento e di esercizio della responsabilità. Lo stato di disagio esistenziale o, più radicalmente, di malessere ontologico in cui è entrata la condizione umana - basti pensare a come la paura sia passata da “cosmo centrica” ad “antropocentrica”, nel senso che l’uomo non ha più paura del mondo che non conosce e non domina, ma del dominio che egli esercita sul mondo e su se stesso – rende necessaria la ricerca di una misura che stabilisca le ragioni dell’agibilità umana rispetto alle possibilità connesse al potenziale tecnologico e alla sua logica interna. Il concetto di persona, in quanto da esso è possibile ricavare l’idea di una dignità che non può essere per alcun motivo violata, diventa, in questo quadro, il dato cui fare riferimento per stabilire il limite che l’azione manipolativa deve rispettare, se si intende salvaguardare il bene umano. Il motivo fondamentale per cui la persona non può essere considerata funzionale a nulla, e dunque non può venire strumentalizzata, è la sua unicità: da tale motivo scaturiscono il “pudore”, un segnale destinato a preservarne la sfera di intimità, e la “dignità”, che è il suo corrispettivo etico. Infatti è la percezione della dignità della persona che suscita il rispetto, vale a dire un rapporto del tutto fondamentale, non riducibile al rapporto utilitaristico. Essa presuppone, insomma, l’incontro di un divieto: questa realtà, quella dell’uomo, non autorizza a trattarlo solo come oggetto, un mezzo, uno strumento. La dignità è dunque costitutiva dell’essere persona, e come tale sta a fondamento dello stesso diritto ai diritti e ai doveri. La dignità non è dunque qualcosa di sopraggiunto alla persona, che va ad essa conferito o attribuito, ma qualcosa di inerente la sua realtà più profonda, che deve essere perciò semplicemente riconosciuto. Il ricorso al concetto di dignità umana, che è connesso all’esigenza di rispettare ciò che appartiene costitutivamente all’essere dell’uomo, e che va per questo assolutamente salvaguardato, conduce al riconoscimento di un’area protetta, che nessun processo manipolativo può violare. La tendenza alla perdita dei confini tra natura e cultura a favore del dominio sempre più ampio dell’artificiale costituisce un grande pericolo, che può essere arginato soltanto dalla capacità di ridefinire la linea di demarcazione tra ciò che è umano e ciò che non lo è, non stabilendo a priori delle regole fisse, ma ricercando forme nuove di tutela e di promozione dell’umano sulla base di un concetto aperto di persona, che fa leva sull’assolutezza della propria dignità. La percezione dell’uomo come realtà altra rispetto alle cose - dunque come persona – dà origine a un sentimento fondamentale, che è alla base del progresso della coscienza morale dell’umanità e che si traduce nell’assunzione di atteggiamenti ispirati al rispetto e alla cura. Il rapporto tra coscienza e vita è un rapporto intrinseco: la vita è infatti la condizione di possibilità dell’apertura a un senso che ci precede e ci supera, e merita per questo protezione. La preservazione della dignità non può allora essere concepita come pura conservazione, ma come un processo aperto, che se fa, da un lato, spazio alla possibilità di intervenire sulla natura dell’uomo per modificarla o manipolarla, non dimentica, dall’altro, il dovere del rispetto del limite, costituito dall’infrastruttura intangibile dell’umano che non può venire alterata. La bioetica è, in definitiva, chiamata a indicare, tanto a livello valutativo che orientativo, il punto di equilibrio (sempre da ridefinire) che deve caratterizzare il rapporto tra innovazione e conservazione, con la consapevolezza che la ricerca di nuove modalità di rispetto della dignità non può prescindere dal confronto con le modalità preesistenti.

 

 

di don Salvatore Rinaldi

Articolo di lunedì 3 Settembre 2018

Rubrica "Fede e Società"

 

 

 

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