Il fallimento di Dio?

La fede cristiana in Dio parla dell’onnipotenza divina non come se fosse quella di un imperatore o di un potentissimo despota che fa fallire gli altri, ma resta personalmente invulnerabile. L’onnipotenza di Dio, per mezzo della quale creò il mondo, nella croce di Gesù si mostra, invece, nello stesso tempo, nella forma dell’impotenza del suo amore, in cui prende parte a tutta la sofferenza degli esseri umani e si assume il loro fallimento.

Ma allora, ad avere fallito è Dio stesso col suo amore per l’umanità? Così si dovrebbe pensare in effetti se la croce, su cui Gesù è morto, fosse solo la confutazione del suo messaggio e l’ostacolo all’intenzione di Dio di portare riconciliazione tra gli esseri umani. Ma sulla croce accade anche qualcos’altro, qualcosa di diverso rispetto alla semplice morte fisica di una vittima innocente, qualcosa di diverso rispetto all’erronea esecuzione di un criminale da parte della potenza occupante romana. Accettando la morte in libera obbedienza alla volontà del Padre, Gesù trasforma la violenza sofferta, di cui è vittima innocente, in un atto di amore. Questa trasformazione interiore, che accade sulla croce, mostra un modo per superare il fallimento. Questo è il messaggio della risurrezione di Gesù, in cui Dio si identifica col fallito Gesù di Nazareth e lo desta a nuova vita. Dio si dimostra Dio non perché non si lascia sfiorare dal travaglio del fallimento e resta distaccato dalla sofferenza dell’essere umano. Considerata la morte violenta, che Gesù patisce sulla croce, egli diventa, invece, non semplicemente un Dio che fallisce, che prende parte alle lotte e alle sconfitte degli uomini e con loro va a fondo. L’immagine mitologica del Dio morente disegna non solo una visione tragica di Dio, che trascina anche Dio nel profondo dell’abisso in cui possono sprofondare gli esseri umani. Essa non offre alcuna consolazione per i sofferenti, dato che nel dolore vede solo dolore, nella miseria solo miseria e nella morte solo la morte. Il Dio uno e trino, confessato dalla fede cristiana, si rivela invece Dio riconoscendosi nel Gesù di Nazareth morto sulla croce e fallito nella sua esistenza umana, e non lasciandolo scomparire nella morte. Ad avere l’ultima parola non è la croce, ma la risurrezione, non è la morte, ma l’amore. Il Dio della salvezza e il Dio della liberazione, che si manifesta in modo così sfaccettato, così complesso nelle esperienze bibliche della fede, viene incontro all’essere umano debole e impotente per rimetterlo in piedi, quando questi è arrivato allo stremo. La fede nel Dio uno e trino, che si rivela amore pronto all’estremo nell’incarnazione, nella morte e risurrezione del Figlio, consente alla persona credente di vedere anche le sconfitte peggiori della propria vita nella luce che dalla risurrezione cade sul mondo della morte. «Quando noi confessiamo che Gesù è disceso nel regno dei morti, con ciò è anche detto che in questo mondo non esiste in assoluto alcuna situazione, neppure quella più disperata, che sia abbandonata da Dio e dal mondo. Colui che chiamiamo Dio è sempre già… arrivato prima di noi, perché egli cammina con noi in tutto». Ma ciò significa: non c’è luogo in cui Dio sia lontano dalle persone, neppure il fallimento. Niente è privo di Dio e senza via d’uscita, neppure l’aspetto più tenebroso della vita.

 

di don Salvatore Rinaldi

Articolo di lunedì 6 Maggio 2019

Rubrica "Fede e Società"

 

 

 

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