Nella loro differenza benedetta

In questo nostro «abitare e lasciarsi abitare dalla differenza dell’altro», essere maschio e femmina non sono attributi da cui far scaturire visioni stereotipate di ruoli e comportamenti; sono, piuttosto, un patrimonio da mettere in comune, da trafficare per rendere più vero e fruttuoso l’incontro. Propongo questa chiave di lettura per contribuire ad una cultura che valorizzi l’integrazione armoniosa delle differenze.

Quella del rapporto tra maschi e femmine è una questione che da secoli determina la vita delle persone e caratterizza le culture soffrendo, in alcuni casi, di tutte le tensioni tipiche di una vera e propria lotta per il potere, nella coppia, in famiglia, nella società. Dopo secoli di subalternità, le donne si sono ormai affermate come protagoniste in tutti i campi della vita, rivendicando con forza il rispetto della loro dignità e l’uguaglianza con gli uomini, fino ad arrivare ad alcuni paradossi e forzature come l’affermazione della cosiddetta “utopia del neutro”. «La convinzione che neutralizzando la differenza sessuale si possono correggere le ingiustizie storiche contro le donne» (L. Muraro, Papa Bergoglio: un discorso magistrale, 13 ottobre 2017). Come mette in evidenza papa Francesco, «invece di contrastare le interpretazioni negative della differenza sessuale, che mortificano la sua irriducibile valenza per la dignità umana, si vuole cancellare di fatto tale differenza, proponendo tecniche e pratiche che la rendano irrilevante per lo sviluppo della persona e per le relazioni umane» (Papa Francesco, Discorso all’Assemblea generale dei membri della Pontificia accademia per la vita, Città del Vaticano, 5 ottobre 2017). Sulle macerie di rigidi ruoli sociali precostituiti che coartano la libertà, si è tentato di rivendicare una uguaglianza, presunta senza differenza, causando una profonda crisi di identità su cosa, davvero, sia rimasto del maschile e del femminile, ridotti spesso a gusci vuoti, espressi da certe pubblicità che mostrano seduttivi uomini e donne di plastica che si adeguano ai canoni estetici imposti dalle mode, in una visione nichilista della modernità, strettamente funzionale alla mercificazione di tutto (Cf. P. Barcellona et al., Emergenza antropologica per una nuova alleanza tra credenti e non credenti, Guerini ed., Milano 2012). Proprio questa forza apre alla possibilità della relazione che nel gesto sessuale può giungere alla generazione; essa stessa poi, nelle sue diverse modalità di realizzazione, esprime molto di più di un semplice dato biologico, tutto sommato comune ad altre specie di mammiferi, quanto piuttosto un modo di intendere la realtà e il mondo: generare accogliendo in sé il figlio o attenderlo fuori di sé non sono la stessa cosa. Nella loro modalità di generare gli uomini e le donne esprimono la specificità e il contributo che possono dare alla costruzione del mondo, delle cose e delle persone. «La sessuazione della vita, per cui questa si riproduce con l’incontro di due viventi tra loro differenti, quando arriva fino a noi esseri umani, crea squilibrio, un fecondo e ineliminabile squilibrio. E cioè che l’uomo sa, vuole e mira a fare uno (…) mentre le donne sanno farsi due nel corpo come nell’anima» (L. Muraro, Papa Bergoglio: un discorso magistrale, 13 ottobre 2017). C’è nella donna la risposta ad una domanda di accoglienza e di amore che può esprimersi in tutta la sua vita, indipendentemente dall’esperienza concreta della maternità. Questa apertura può essere una sua caratteristica perché iscritta nella sua natura. Per l’uomo, invece, essere padre è protendersi fuori di sé; è «una figura in legame, non è una funzione»; è la proprietà di un uomo che si gioca in un rapporto stabile e sicuro; è una presenza, è «una relazione d’amore» (V. Andreoli, L’alfabeto delle relazioni, BUR saggi, Milano). Nel padre, infatti, «l’attesa del figlio si compie fuori di sé, ma in quel fuori egli mette la sua vita e la storia. Il figlio, la figlia rappresentano per il padre se stesso in altro. L’altro è il fuori da bonificare, cioè il luogo vitale da difendere, proteggere e amare, caro all’uomo almeno quanto o più del proprio corpo; ed è il luogo della memoria dove le opere dei padri sono trasmesse in avanti, verso altri a venire, per creare le condizioni affinché la vita possa fiorire» (S. Zanardo, La questione della differenza sessuale, in Aggiornamenti Sociali, 12/2015, 835). Come per qualunque esperienza umana, anche nella generazione la verità più profonda non è il solo dato biologico, bensì è il dono e il dono per amore; il dono di sé con tutte le proprie fragilità e mancanze che riflettono la natura dell’uomo, la sua finitezza, il suo limite. Il riconoscimento della differenza sessuale come costitutiva dell’umano ci aiuta a cogliere proprio questo. La differenza sessuale imprime, come abbiamo visto, la diversità nell’unica natura umana, rendendo così la persona capace di relazione e di comunione, capace di aprirsi all’altro ed essere feconda. Lungi dall’essere esclusivamente finalizzata alla generazione, e nella consapevolezza che la sua declinazione «va ben oltre il matrimonio e la famiglia», la differenza sessuale divide il genere umano in due capacità di vedere, intendere e operare nel e sul mondo; due possibilità che necessitano il rispetto reciproco, amore e comunione per essere feconde e generare vita fisica, psichica, spirituale… (Papa Francesco, Discorso all’Assemblea generale dei membri della Pontificia accademia per la vita, Città del Vaticano, 5 ottobre 2017). «Non esistono esseri neutri, ma maschi e femmine, esseri umani appartenenti a generi fra loro diversi, di cui occorre che il sistema rifletta l’identità» (L. Castellina, Non una di meno, Il terribile colpo di coda del maschio, in Il Manifesto, 22/11/2016). “Lasciarsi abitare dall’altro” rende possibile l’alleanza uomo-donna. Essa è la radice «da cui nasce ogni cura per gli altri e per l’ambiente, e fa scaturire la reazione morale di considerare l’impatto provocato da ogni azione e da ogni decisione personale al di fuori di sé», nella società che, costruita così, è pienamente umana (Papa Francesco, Lettera enciclica sulla cura della casa comune Laudato sì, 24/05/2015).

 

di don Salvatore Rinaldi

Articolo di lunedì 2 Dicembre 2019

Rubrica "Fede e Società"

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