Quale gioia?

Da un punto di vista psicologico, tutti noi constatiamo la difficoltà che abbiamo per possederci, cioè per conoscerci (difatti esistono anche le varie tecniche o terapie di autoconoscenza). Spesso non riusciamo a definire, a nominare molte delle nostre emozioni, dei nostri sentimenti, dei nostri desideri. Possiamo dire che l’essere umano è anche caratterizzato da una distanza da se stesso. Questa distanza dell’essere umano da se stesso ha delle conseguenze anche quando il soggetto incontra l’altra persona.

Poiché io sono distante da me stesso, inevitabilmente sono distante anche dall’altra persona; poiché non sono mai in armonia completamente con la mia interiorità, non posso mai essere in armonia completamente con l’altro. Quindi, i dissapori, le invidie, le gelosie, gli odi creano questa lontananza inevitabile sempre più acutizzata. Dobbiamo rinunciare al mito dell’armonia completa nelle relazioni interpersonali: queste relazioni sono sempre segnate dalla pace ma anche dalla guerra, dalla comprensione ma anche dal disincanto reciproco. L’essere umano, in fondo, almeno in parte, è sempre anche un essere che, nei confronti degli altri, inganna, delude, non può mai realizzare completamente le aspettative che un Tu ha nei suoi confronti. Questa ambivalenza del cuore umano è una ambivalenza che è insita nella nostra natura, è insita nella nostra personalità. Come dice il mito romantico, due persone fossero già perfette e riuscissero ad avere in’intesa paradisiaca, senza conflitto, noi potremmo chiederci: «Ma queste persone che cosa si danno l’una all’altra?». Non si danno niente, perché ognuna già possiede tutto, cioè ognuna è già nella sua armonia totale; quindi non vi sarebbe una comunicazione vera e propria, bensì la comunicazione di due persone che, in realtà, sono autosufficienti. Invece la presenza del limite nella relazione fa sì che anche la relazione stessa diventi dono reciproco: dono vuol dire che io ti do qualche cosa che tu non hai, e grazie al mio dono tu puoi arricchire anche te stesso. Due cuori limitati che si incontrano, infatti, non costituiscono come somma un limite maggiore; l’incontro permette piuttosto ai singoli cuori di essere maggiormente arricchiti. Per questo diciamo che l’incontro con l’altro mi rende più persona: perché «persona» vuol dire che io ho ricevuto qualcosa che viene a colmare la mia debolezza, la quale è quindi sia minacciata per il rapporto, sia occasione di arricchimento del rapporto. Questi conflitti possono essere l’occasione e il primo passo per una separazione, quindi per una morte dell’amore, ma molte volte, se gestiti bene, diventano anche la premessa per una conoscenza più pura, più purificata dell’altro. Infatti, posso conoscere l’altro per quello che è, non per quello che, secondo me, dovrebbe essere. Questi limiti permettono la riconciliazione, permettono di ritrovarsi su una base di tenerezza umana e di comprensione. Mi debbo alzare la mattina e dire: «Voglio raggiungere un certo obbiettivo, un certo scopo, una certa meta», e alla sera, nella misura in cui riconosco di aver raggiunto questo obiettivo, posso dirmi felice. La serenità del cuore, la felicità, dunque, non è il fine ultimo della persona umana, ma è l’effetto della realizzazione di contenuti, di progetti, di programmi, di ideali. L’essere umano cerca una ragione per la quale poi essere felice. La felicità, la gioia, la serenità sono l’effetto secondario della ricerca, del perseguimento di un ideale. «Ricercare la gioia» gioia per che cosa? Ci può essere gioia perché ci capiamo, ci comprendiamo, e ci riusciamo a capire perché abbiamo lo stesso carattere, abbiamo sensibilità complementari. Questa è una gioia che deriva dal fatto che fra di noi si viene a creare un feeling, nel senso che si viene a creare una corrente positiva che, quindi, ci porta a dire «stiamo bene, insieme stiamo bene». Questo è un tipo di gioia che è bella ed anche legittima da raggiungere. C’è un altro tipo di gioia che è molto più importante. Quella gioia che deriva dal fatto che l’incontro ci permette di conoscere meglio il mistero della vita. Questa è veramente la gioia massima che si possa ricevere da un rapporto. È quella gioia che mi dice non solo «io sto bene con te», ma «insieme a te riusciamo a capire meglio, a percepire, quindi a gustare, a godere anche di più il mistero della vita». Non è solo la gioia di un incontro riuscito perché ci siamo simpatici uno con l’altro, ma è la gioia che apre al mistero della vita. «Ma io, nel mio amore, nel mio donarmi agli altri, nella mia preghiera, ultimamente che cosa cerco? Con chi sto parlando? Mi sto rapportando con un Tu, mi sto rivolgendo ad un Tu nel tentativo più o meno esplicito di estorcere qualche cosa per me stesso?». Lo stato di perfezione è quello che mi porta a mantenere in corsa, quindi riconoscendo i miei limiti, riconoscendo che ci sono un sacco di egoismi e di richieste autocentrate nel momento in cui mi rapporto con l’altro; ma questa consapevolezza non è la spina nel fianco che mi fa morire, bensì quella che mi permette di mantenermi in cammino, secondo la logica del «sempre di più – sempre meglio». La persona perfetta non è tanto come quella che è arrivata. La persona perfetta, piuttosto, è il pellegrino che cammina; non il randagio, ma il pellegrino che sa dove vuole arrivare, che ha continuamente questo anelito, ma che ancora non è arrivato. È l’uomo di passione, l’appassionato. È l’uomo aperto alla meraviglia, quindi è la persona dinamica, è la persona viva.

 

di don Salvatore Rinaldi

Articolo di lunedì 30 Dicembre 2019

Rubrica "Fede e Società"

 

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