Non utopia ma possibilità

La Teologia compie il proprio lavoro secondo il duplice movimento dell'ascolto e dell'intelligenza della fede. Tramite l'ascolto, riceve il contenuto del mistero; tramite l'intelligenza, cerca di penetrarlo e di comprenderlo fin dove possibile. Il culto a Maria e ai santi, se correttamente inteso e vissuto, non può certo essere interpretato in contrapposizione o in concorrenza con l'adorazione dovuta al Signore Gesù Cristo, unico mediatore della nuova alleanza.

La proclamazione di santi e beati ci aiuta a comprendere come il messaggio evangelico non possa considerarsi utopico e come sia possibile viverlo coerentemente nelle diverse situazioni socio-culturali. Uomini e donne di ogni età, condizione sociale, latitudine geografica, epoca storica, che hanno vissuto la fedeltà al Vangelo di Cristo Gesù,  vengono dunque a darci concreta delle innumerevoli possibilità che anche ciascuno di noi ha di vivere e mettere in pratica la chiamata alla  santità, che è per tutti. Quando venisse male interpretato e vissuto, il culto dei santi potrebbe indurre la tentazione dell'idolatria, sempre incombente, per cui la devozione a questa o a quella figura di santità rischierebbe di sovrapporsi e di oscurare l'unica mediazione di Cristo. Di qui la necessità di vigilare e di educare le persone e le comunità a un corretto rapporto con Maria e con i santi, attraverso un'adeguata formazione e un'opportunità di catechesi, attivate e offerte in occasione delle festività che il popolo di Dio celebra e che costituiscono ulteriori occasioni per porre al centro della propria esistenza il Vangelo del Signore Gesù. Prima della nascita dal grembo della Vergine Madre, non esisteva Gesù, ma il Verbo di Dio, il quale si è incarnato attrverso il concepimento nel grembo di una donna, che per tale motivo viene chiamata «Madre di Dio». Questo all'orecchio di un non credente può sembrare assurdo e del tutto irrazionale, mentre per il credente è senz'altro paradossale, ma si comprende alla luce della profonda umanità del Dio cristiano.  L'atto del concepimento verginale di Gesù non può essere descritto in termini genetici e biologici, ma si compie nel momento del sì di Maria alla volontà di Dio. La fecondità sta nel suo atto di fede incondizionato, che la rende anche madre di tutti i credenti.  Dio, non essendo una realtà fisica, non ha spermatozoi e tuttavia diffonde i «semi del Verbo» nella natura e nella storia, fecondando l'umanità con il suo amore misericordioso e in maniera tutta speciale fecondando Maria nell’accoglienza del suo atto di fede.  La chiesa crede nella verginità di Maria prima, durante e dopo il parto e fonda la sua fede sulle Scritture sante,  nelle quali si descrive -  mi riferisco all'episodio dell'Annunciazione -  lo stupore di Maria, che esprime il suo dubbio circa la possibilità di concepire un figlio, senza il concorso di un uomo: «"Com'è possibile?"  Non conosco uomo". Le risposte l'angelo: "[...]  Nulla è impossibile a Dio"» (Lc 1,34-37). Ma dobbiamo tener presente la verginità non consiste innanzitutto nell’integrità fisica, ma esprime la totale appartenenza di Maria a Dio e la sua volontà e la sua integra fedeltà al figlio. E' fecondo il suo  "abbandono".  Il concepimento verginale di Gesù sta a significare che, nella sua incarnazione, siamo di fronte all'irruzione del soprannaturale nella storia e nella natura, all'infondersi del divino nell'umano in maniera unica e fondamentale per il raggiungimento  del fine per cui siamo stati creati: la partecipazione alla vita divina. Lo sguardo che Dio rivolge alle sue creature non va pensato come una sorta di occhio di un grande fratello che sta lì a scrutare - come nel film Le vite degli altri -  le nostre esistenze, pronto a puntare l'indice accusatore sui nostri errori e a denunciare le nostre fragilità. Si tratta piuttosto di uno sguardo amorevole, che partecipa delle nostre vicende senza in alcun modo ledere la nostra libertà e  determinare le nostre scelte.  Nel primo caso davvero l'esistenza di Dio sarebbe insopportabile per noi, anche perché non sapremmo dove nasconderci per sfuggire al suo occhio indagatore, nel secondo possiamo pensare all’analogia con il desiderio dello sguardo della persona amata che non ci giudica, ma ci accetta come siamo, pronta anche a perdonare le nostre colpe e a offrirci il dono della sua infinita misericordia, perché il nostro cuore e la nostra vita possano rinnovarsi alla luce della verità, del bene e del bello. Il Dio delle Scritture, che è il Dio di Gesù Cristo, si è dato molto da fare per incontrare l'uomo e liberarlo dalle catene del male e del peccato da cui è avvinto. «Molte volte e in modi diversi nei tempi antichi»  Dio ha parlato all'uomo attraverso i profeti e «ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Eb, 1,1-2). La storia della salvezza, attestata nei due Testamenti,  ci narra dei continui tentativi di Dio di stabilire alleanze con gli uomini, che a loro volta accolgono e disattendono le Sue proposte. L'alleanza ultima e definitiva, quella stabilita sulla croce, nel sacrificio del Figlio, si dice che davvero Dio intende salvarci a qualsiasi costo e che la grazia che ci è data dalla passione, morte e risurrezione del Signore Gesù è davvero, come diceva il grande teologo Dietrich Bonhoeffer, «a caro prezzo» ed è lì a sollecitare la nostra risposta libera nell'atto di fede che ci salva e ci consente di opporci al male e alla sua immane potenza. Quanto avviene nelle scienze empiriche, che non inventano i dati su cui lavorare, ma li ricevono dall'esperienza sensibile. E a sua volta la fede fa riferimento alla Rivelazione, ovvero alla Parola di Dio, che interpella l'uomo tutto intero, quindi anche la sua razionalità e le sue facoltà conoscitive. Da parte sua, la ragione può da sola giungere ad una conoscenza certa dell'esistenza di Dio,  in quanto questa conoscenza non è di per sé soprannaturale. Un esempio penso possa aiutarci: se intravedo una persona davanti a me posso sapere che questa persona esiste, che è un uomo o donna,  di pelle scura o chiara,  ma per sapere chi sia veramente quella persona, bisogna che mi parli e che io la ascolti. La ragione intravede  l'esistenza di un assoluto trascendente, ma per conoscerne la realtà bisogna che tale assoluto, che noi chiamiamo Dio, si riveli, parli, interpelli l'uomo e egli manifesti il mistero della sua natura.  

 

di don Salvatore Rinaldi

Articolo di lunedì 13 Luglio 2020

Rubrica "Fede e Società"

 

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