Una "notte" che continua

Sentiamo bisogno di programmare la nostra giornata del riposo settimanale, la domenica, sentiamo il bisogno di uscire da quella struttura che ci coinvolte a tal punto che dal lunedì fino alla domenica mattina ci lasciamo coinvolgere dall'essere sempre attivi, sempre. Da quella nostra voglia di fare, di costruire, costruire, costruire. E persino quando proprio non sappiamo che cosa fare, vogliamo determinare la vita degli altri.

 

È una lettura questa. È una lettura di come oggi noi siamo presi da quello che l'altro vuole da noi. Eppure ci sono dei momenti, dei momenti di "notte oscura". Io mi sono sempre posto la domanda del perché la notte di Natale sia così importante per noi. La notte. Non è che l'uomo di Nazareth sia venuto fuori la notte di Natale. Assolutamente. È perché sin da quando fu istituita la cosiddetta Messa della notte voleva essere una guida al significato delle notti oscure delle persone. Troppe volte ci hanno fatto credere che solo alcuni uomini, personaggi, potevano avere delle notti oscure. Ma chi è che non ha una notte oscura? Quella notte oscura che emerge nel momento in cui non abbiamo delle risposte. O quando siamo presi da una paura. O persino quando vediamo che la nostra preghiera non è ascoltata. O soprattutto - e questo capita a molti e spesso - quando la sera ci ritroviamo nella nostra camera, in quelle quattro mura, e ci viene da piangere. Queste sono notti oscure. O ancora quei momenti in cui ci sentiamo, specialmente in questo periodo, soffocare da quella ”notte”, quell'oscurità, quella sofferenza, quella possibilità di malattia. O ancora quando qualcuno ormai ha sballato. O ancora - anche quest’ultimo esempio molto frequente - quando ci si alza la mattina e ci si sente vuoti. Iniziamo a capire adesso perché questo grande personaggio vuole entrare di notte? Perché conosce questa lettura esistenziale dell'uomo e vuole che ci sia una risposta a tutto. [...] Amici, noi non possiamo rapportarci con un Dio che si è fatto uomo a livello di ”storiella”. È giunto il momento che noi la smettiamo di essere bambini. È giunto il momento di porre la nostra intelligenza nell’abbandono e nella fiducia verso l’Uomo di Nazareth, questo uomo che è entrato nella storia, nella mia storia, nelle mie notti. Si è presentato nel dire: ”Oh uomo di questo tempo, oh uomo di qualsiasi tempo, io ho sposato tutte le tue notti. Perciò mi sono fatto uomo. Se ti fermassi un momento ti accorgeresti che quelle notti che tu stai vivendo le ho vissute anche io. Ecco perché mi sono spogliato di tutte quelle vanità umane, di quell’uomo che non fa altro che essere così attivo, che vuole fare, costruire, e persino determinare le vite agli altri. Ebbene io mi sono spogliato di tutto ciò. Ti ho dato la concretezza di come e di dove sono entrato nella realtà della storia. Erode non mi ha visto. Erode non è riuscito a vedere, perché Erode credeva che entrasse un altro re nel mondo. Io sono entrato nella miseria, nelle notti oscure dell’uomo, sono entrato nella capanna, nella grotta. Il mio trono è stato la mangiatoia, il mio pane è stato quello che Giuseppe è riuscito a procurarsi. E poi, mio caro uomo, io ti ho dato immediatamente la possibilità di stabilire con me, Uomo di Nazareth, un rapporto. Un rapporto nel quale tu possa vivere con la certezza della speranza: io già ho vinto la morte nella mia vita. La mia vita l'ho fatta già risorgere. Ma affinché ciò avvenisse sono passato attraverso un cammino, ho preso su di me tutta la tua umanità, tutta la tua debolezza, l'ho assunta come uomo. L'ho dovuta prendere per far sì che in te ci fosse un uomo nuovo; perciò ho portato lì sulla croce l’uomo vecchio. Il tuo unico programma di vita sia quello di essere attento, di essere vigilante. E cosa significa essere vigilante? Io sto alla porta e busso, io ci sono. Io ci sono, perciò sono entrato nel mondo, perciò sono entrato in quella tua porta esistenziale. Io ci sono, sto alla porta e busso. Quindi stai attento, non mi cercare altrove”. Nel momento in cui noi avvertiamo quella presenza che c'è la, quella per noi è già preghiera, è già comunione, perché lui ci parla. Io non so quali sono le nostre preghiere per metterci in quell’atteggiamento di ascolto della sua parola. So solo che lui ci parla attraverso la sua parola, lui garantisce la sua presenza perché è una persona che mantiene fede alle sue parole. Ma noi spesso non le ascoltiamo, eccetto nei momenti particolari della nostra vita, in cui comunque non gli diamo il peso che hanno. Eppure quelle parole mi dicono: ”Io sono alla porta e busso, sono lì, aspetto solo che tu mi apri. Apri questa tua voglia di vivere con me questo momento storico”. L'altro messaggio di oggi, è non solo essere attenti, ma di vegliare. Cosa significa questa parola? Quando ero bambino credevo che vegliare significava che non dovessi dormire la notte per pensare a lui, all'uomo di Nazareth. No, vegliare è non permettere ad alcuno di buttarmi fumo negli occhi, di farmi vedere la realtà completamente diversa. [...] Dio ci dà una garanzia. Perché non accettarla? Dio ci dà una garanzia: “Io sono con te. Io sono alla tua porta. Io sono qui per poter colloquiale con te. La preghiera è colloquio, entrare nell'intimità di una persona. Io ti voglio dare queste garanzie. Non devi tu morire, perché già sono morto io per te. Tu devi essere solo la presenza di una nuova umanità che sarà sempre viva”. Noi siamo per sempre.

 

di don Salvatore Rinaldi

Articolo di lunedì 28 Dicembre 2020

Rubrica "Fede e Società"

 

 

 

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